Esistono dei comportamenti “inadeguati” che la madre, nella primissima infanzia, può avere nelle modalità di accudimento del bambino? E potrebbero, questi stessi comportamenti “problematici”, essere la causa di futuri problemi con il cibo?

E’ quanto evidenziato in un recente studio pubblicato su Pediatrics, la rivista ufficiale dell’Accademia Americana di Pediatria. Si osserva come  bambini di 2 anni, che mostrano segni di una relazione alterata con la figura adulta di riferimento, hanno un 30% in più di rischio di diventare in soprappeso/obesi a 4 anni.

La qualità del rapporto madre-bambino si definisce stile di attaccamento.

Consiste in un insieme di comportamenti che, solitamente, la madre utilizza nel rapportarsi al proprio figlio fin dai primi giorni di vita. Comprende per esempio la modalità con la quale la madre risponde al pianto del neonato, alla ricerca di sguardo, come interpreta e risponde ai segnali di fame, sonno e dolore del figlio, e così via.

Diverse teorie psicologiche, con diversi modelli di riferimento individuano, nella qualità del rapporto madre-bambino, un fattore di rischio importante per lo sviluppo dell’obesità.

Già negli anni ‘70 Hilde Bruch, una psicoterapeuta che si è occupata ampiamente di disturbi del comportamento alimentare, partendo da presupposti dell’impostazione psicodinamica ed arricchendoli con osservazioni delle famiglie dei bambini e degli adolescenti obesi, aveva sviluppato un modello patogenetico dell’obesità che faceva riferimento a modalità inadeguate di accudimento.

Il bambino, nella primissima infanzia, incapace di “comunicare” in modo verbale, esprime i suoi bisogni con i vocalizzi, lo sguardo ma soprattutto con il pianto.

Non sempre i genitori riconoscono adeguatamente i bisogni del bambino e pertanto, non sempre sono in grado di dare delle risposte corrette.

Possono, per esempio, rispondere al bisogno di sonno del bimbo allattandolo, oppure possono utilizzare il cibo anche laddove il piccolo ha delle tensioni fisiche come le classiche coliche.

Quando Il cibo diventa il principale strumento per rispondere alle esigenze infantili, il bambino, ricevendolo in modo del tutto indipendente dai suoi bisogni, diventerà da una parte incapace di riconoscere le proprie sensazioni di fame e sazietà, dall’altra ricorrerà passivamente al cibo ogni qualvolta provi sensazioni sgradevoli.

Assumendo cibo, si risponde ai bisogni e alle emozioni più diverse, ciò se perpetuato in modo costante e strutturato, genera molta confusione nel bambino, rendendolo insicuro sulle proprie sensazioni, sui propri bisogni, determinando un atteggiamento di insicurezza e dipendenza verso l’altro (se il bambino non è in grado di leggere i propri stati interni, avrà sempre bisogno di qualcun altro per definirli).

Se i genitori hanno, indiscriminatamente e ripetutamente, risposto ad ogni esigenza del bambino con l’offerta di cibo, il bimbo userà quest’ultimo come canale privilegiato per regolare bisogni e stati di tensione non solo fisici, ma anche psicologici a prescindere da reali sensazioni di fame e sazietà.

Nellʼinfanzia non è facile distinguere i sentimenti legati al bisogno di accudimento da quelli connessi ai bisogni corporei, che devono comunque essere soddisfatti dalla figura di attaccamento. Quando la madre, dà una lettura di quali siano gli stati mentali, fisici, emotivi del figlio, (“mangia perché hai fame” “copriti perché hai freddo” ecc) questi non potrà sviluppare la capacità di riconoscerli e discriminarli. Tenderà quindi a non riconoscere i segnali corporei della fame e della sazietà, come pure sarà portato a interpretare i segnali emozionali (ansia, insoddisfazione, noia ecc..) come indizi di fame. Questa modalità di ridefinire dall’esterno i bisogni del bambino è stata individuata come caratteristica, nell’ esperienza clinica, delle persone affette da Disturbi Alimentari Psicogeni, da diversi psicoterapeuti ad approccio cognitivista post-razionalista come Vittorio Guidano (1988; 1992).

Un altro legame importante tra capacità di riconoscere ed esprimere le emozioni e alimentazione, ci viene fornito dalla psicosomatica, mediante il costrutto dell’alessitimia.  La ricerca di Clerici e Albonetti si basa proprio sull’ipotesi che gli adulti gravemente obesi abbiano difficoltà ad esprimere sentimenti ed emozioni,caratteristica che contraddistingue l’alessitimia insieme ad altre come il  pensiero orientato verso l’esterno anziché verso il proprio mondo interno;  e la tendenza a somatizzare, ovvero a comunicare per mezzo del corpo emozioni e sentimenti. I riferimenti in letteratura (Solano, 2001) suggeriscono che coloro i quali non ricorrono a chirurgia bariatrica, e riescono a seguire con successo una dieta siano anche coloro in cui avviene, nel corso del trattamento, una modificazione psicologica  riguardante l’alessitimia  e quindi della capacità di esprimere e gestire le emozioni invece che agirle attraverso corpo.

Alla luce di queste riflessioni, che mostrano l’importanza del ruolo genitoriale durante la prima infanzia, sullo sviluppo dell’obesità, è necessario agire preventivamente, sensibilizzando i futuri genitori sull’importanza di stabilire relazioni adeguate di accudimento con il loro bambino, per ridurre  il rischio che si arrivi all’obesità durante l’adolescenza e l’età adulta.

Utile, a tale scopo, inserire all’interno dei corsi pre-parto dei moduli specifici riguardanti la comunicazione dei neonati, e l’importanza di interpretare correttamente e soddisfare i loro bisogni di accudimento e biologici. Laddove invece l’obesità si sia già sviluppata, è importante aiutare i pazienti a riconoscere i propri stati interni, a cominciare da quelli relativi alle sensazioni viscerali propriocettive e cinestesiche (caldo, freddo, stanchezza sazietà, fame, pieno, vuoto, ecc.), per poi aiutarlo a imparare a leggere i propri stati mentali, desideri, credenze.  Bisogna inoltre incoraggiare il paziente ad esprimere le emozioni, anche quelle che considera inadeguate, sostenendolo nel recuperare l’autonomia nell’aspetto  sensoriale, emotivo, cognitivo e comportamentale.

Fonti:

Anderson S.E., & Whitaker R.C. (2011). Attachment security and obesity in US preschool-aged children. Arch Pediatr Adolesc Med. Mar; 165(3): 235-42.

Bruch, H. (1977). Patologia del comportamento alimentare: obesità, anoressia mentale e personalità. Milano: Feltrinelli.

Clerici M., Albonetti S., Papa R., Penati G., Invernizzi G.(1992). Alexithymia and obesity. Study of the impaired symbolic function by the Rorschach test. Psychother Psychosom; 57,3: 88-93.

Guidano, V.F. (1988). La complessità del Sé. Torino: Bollati Boringhieri.

Guidano, V.F. (1992). Il Sé nel suo divenire. Torino: Bollati Boringhieri.

Solano, L., et all. (2001). Modificazioni di variabili psicologiche a seguito di un trattamento dietetico. Psicologia della Salute, 1.

Articolo a cura di Dott. Ilaria Pacella Psicologa

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