I disturbi del comportamento alimentare (DCA) comprendono una serie di quadri clinici che si esprimono genericamente attraverso un’alterazione del fisiologico comportamento alimentare, che può andare dalla smodata assunzione di enormi quantità di cibo fino alla più rigida restrizione calorica cui si aggiunge la presenza di un rapporto problematico con il proprio corpo e con la propria identità.
I DCA riconoscono una patogenesi multifattoriale nella quale possono essere identificati aspetti genetici, psicologici e socio-culturali che, con modalità estremamente variegate, svolgono il ruolo di fattori predisponenti (individuali, familiari, culturali), precipitanti (insoddisfazione per il proprio peso, dieta) e perpetuanti (sintomi del digiuno e reazione degli altri).
L’influenza di fattori personali biologici (determinanti genetiche, genere, etc..) e psicologici (distorsione dell’immagine corporea, bassi livelli di autostima, etc..) è nota da tempo.
Più recente è, invece, il riconoscimento che la propensione a sviluppare un DCA vari in funzione di fattori socio-culturali come l’adozione di modelli di bellezza socialmente condivisi e diffusi dai mass-media.
Le teorie socio-culturali dei disturbi alimentari hanno evidenziato che la pressione a conformarsi ad un modello non-realistico di magrezza possono giocare un ruolo importante nel determinare lo sviluppo di questo tipo di disturbi psicologici (Garner & Garfinkel, 1980).
Pertanto in contesti in cui la pressione ad avere determinate caratteristiche fisiche e l’attenzione nei confronti della dimensione corporea sono maggiori, i soggetti potrebbero essere più vulnerabili a questo tipo di disturbi.
Diversi studi hanno rilevato un’alta prevalenza di DCA in soggetti con Diabete tipo 1 suggerendo una possibile associazione tra le due condizioni. Sono stati individuati diversi fattori in grado di spiegare tale associazione, alcuni autori ipotizzano che la maggiore frequenza di DCA in giovani con diabete potrebbe riflettere la stessa interazione tra fattori individuali e ambientali che si riscontra in altri gruppi considerati a rischio come gli atleti e le modelle (Jones et al., 2000).
Gli adolescenti con diabete tipo 1 hanno un peso corporeo e quindi un BMI maggiore rispetto a quello di coetanee non diabetiche (Domargard et al.,1999; Olmsted et al., 2008) e ciò potrebbe rappresentare un fattore importante nella genesi dei DCA poiché in grado di innescare preoccupazioni maggiori nei confronti del proprie forme corporee (Engstrom et al., 1999).
Inoltre la restrizione dietetica cui sono sottoposti questi pazienti fin dalla diagnosi, la pianificazione dei pasti e la particolare attenzione nei confronti dell’alimentazione in generale potrebbero facilitare la comparsa di comportamenti alimentari disturbati e patologici nei soggetti più suscettibili.
E’ noto anche che il diabete tipo 1 spesso al suo esordio si accompagna a calo ponderale, mentre con l’inizio della terapia insulinica il peso perduto viene rapidamente recuperato (Larger , 2005).
Tali oscillazioni ponderali, soprattutto quando si manifestano in una fase dello sviluppo in cui la preoccupazione nei confronti del proprio corpo e del proprio peso corporeo è particolarmente rilevante potrebbero portare il giovane a concentrasi eccessivamente sulla forma fisica, favorendo la comparsa di un DCA.
Alla luce di ciò numerose ricerche hanno posto l’attenzione sulla relazione esistente tra DCA e diabete tipo 1.
Nonostante ciò la letteratura corrente rileva risultati contrastanti, alcuni studi infatti mostrano un’alta prevalenza di disturbi alimentari in soggetti diabetici tipo 1 (Engstrom et al., 1999; Steel et al., 1989) altri, invece, non riportano alcuna differenza tra gruppi di soggetti diabeti e non (Birk & Spencer, 1989; Fairburn et al., 1991).
In una recente meta-analisi (Mannucci et al, 2005) sono stati inclusi 8 studi caso-controllo che hanno valutato la frequenza di anoressia e bulimia nervosa in un ampio campione di giovani donne diabetiche tipo 1 di età compresa tra i 15 e i 35 anni comparate con un gruppo di controllo. Dallo studio è emerso che la prevalenza di anoressia nervosa non si è rivelata diversa tra le giovani con diabete e i controlli. La prevalenza di bulimia nervosa invece è risultata significativamente più elevata tra le diabetiche rispetto ai controlli. Altri studi, invece hanno rilevato una maggiore prevalenza di binge eating e vomito autoindotto nel gruppo di diabetiche rispetto al gruppo di controllo (Engstrom et al., 1999).
Su questa linea è anche una ricerca condotta in Italia (Iafusco et al., 2004) che ha comparato un gruppo di diabetici sia maschi che femmine di età compresa tra gli 8 e i 18 anni rispetto ad un gruppo di controllo. Lo studio ha rilevato una maggiore frequenza di disturbi alimentari non altrimenti specificati, binge eating, abbuffate (con o senza sensazione di perdita del controllo) e comportamenti compensatori non salutari tra i diabetici anche se non sono state rilevate differenze tra i gruppi considerati nel caso di DCA conclamati.
Al contrario, Jones et al. (2006) in uno studio in cui hanno comparato giovani diabatici tipo 1 con un gruppo di controllo hanno evidenziato una prevalenza di DCA conclamati pari al 10% rispetto al 4% del gruppo di controllo. Nello specifico, i DCA diagnosticati nel gruppo delle adolescenti con diabete erano classificabili come BN nel 30,6% dei casi, BED nel 25% dei casi, AN nel 16,7% dei casi e EDNOS nel 27,7%.
Nel complesso sembra che binge aeting disorder e disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificato abbiano una maggiore prevalenza rispetto ad anoressia e bulimia conclamati (Mannucci et al., 2005).
Inoltre, la maggior parte delle ricerche nello stabilire la prevalenza di DCA nella popolazione diabetica non ha fatto utilizzo di gruppi di controllo appaiati per BMI (Young-Hyman & Davis, 2010). Il peso corporeo è un forte predittore di DCA tra donne sovrappeso che cercano di dimagrire. I soggetti diabetici indagati tendono ad avere un peso maggiore rispetto ai gruppi con cui sono stati confrontati, con un BMI superiore al range normale (Mannucci et al., 2005; Engstrom et al., 1999).
Benché ancora non sia perfettamente chiaro se i DCA sono maggiormente prevalenti tra pazienti con diabete tipo 1 è stato comunque dimostrato che la presenza di DCA nel soggetto diabetico tende ad associarsi ad un peggiore compenso metabolico e a maggior rischio di andare incontro a complicanze (Rodin GM et al., 1986; Steel et al., 1989; Birk et al., 1989; Peveler et al., 1992; Rodin et al., 1992; Rodin et al., 1992).
L’omissione/manipolazione d’insulina (insulin purging) tende a essere tra i comportamenti volti a ridurre il peso corporeo maggiormente utilizzati tra i diabetici con DCA (Jones et al., 2006; Rydall et al., 1997; Biggs et al., 1994; Affenito et al., 1997) e solitamente tale pratica si associa ad un peggior compenso metabolico.
Recenti studi hanno dimostrato un’associazione positiva tra elevati livelli di emoglobina glicosilata, DCA e omissione intenzionale delle dosi giornaliere di insulina (Mannucci et al., 2005).
Studi che hanno però valutato l’associazione tra DCA e controllo metabolico a lungo termine hanno invece prodotto risultati misti (Engstrom et al, 1999; Colton et al 2007).
Per esempio in uno studio prospettico a 5 anni non è stata trovata nessuna relazione tra DCA e scarso controllo glicemico (Colton et al., 2007). Gli autori hanno però ipotizzato che l’assenza di relazione fosse probabilmente legata alla precocità degli interventi messi in atto nei confronti delle giovani con DCA.
In ogni caso le ricerche che hanno indagato i comportamenti compensatori adottati da diabetici con DCA mostrano come alcune adolescenti utilizzino a questo scopo solo l’insulin purging (Polovsky, 1994), altre insulin purging, vomito auto-indotto e uso di lassativi (Jones, 2006) e altre ancora riportavano uso di lassativi e vomito auto-indotto senza insulin purging (Szmukler Gl, 1984).
Una successiva meta analisi (Nielsen et al, 2002) ha mostrato che il 60-80% delle giovani diabetiche tipo 1 esaminate presentavano comportamenti compensatori quali le abbuffate e che il 12-40% del campione invece presentava induzione volontaria di glicosuria dovuta ad omissione o riduzione del dosaggio di insulina al fine di perdere peso.
Alla luce di ciò il Diabete, in particolare quello di tipo 1, può favorire nel giovane in fase di crescita un terreno particolarmente fertile per lo sviluppo di un DCA e poiché la sua presenza spesso si accompagna ad un cattivo controllo metabolico è fondamentale che il Diabetologo e tutto il team siano a conoscenza di questo fenomeno e siano in grado di riconoscerlo nel minor tempo possibile.
Il team diabetologico svolge infatti un ruolo essenziale nella prevenzione dei DCA pertanto deve essere in grado di promuovere nel giovane un corretto concetto di salute favorendo lo sviluppo di competenze in grado di agire come fattori protettivi quali autostima, autonomia, immagine del corpo adeguata, riduzione degli aspetti legati al perfezionismo e capacità di leggere criticamente i modelli estetici proposti dai mass-media.
Pertanto gli operatori sanitari nel rispetto di ciascuna competenza dovrebbero essere formati alla prevenzione, al trattamento e alla diagnosi precoce di questi disturbi (Tomasi & Miselli, 2011).

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