In questo articolo parliamo di prevenzione secondaria, ossia di quel processo finalizzato a limitare il riacutizzarsi dei sintomi delle patologie croniche, una volta diagnosticate. Questo aspetto sta assumendo via via sempre più importanza, vista l’età media del nostro paese e, di conseguenza, l’elevata percentuale di patologie croniche. Lo psicologo del comportamento alimentare, in questo contesto, ha un ruolo importantissimo, essendo fondamentale intervenire sulle abitudini e sullo stile di vita della persona per favorire la compliance (ossia l’efficacia) terapeutica o, come nel caso delle allergie o di altre patologie metaboliche che non prevedono una terapia farmacologica preventiva, per limitare il rischio di reazioni avverse. Lo psicologo del comportamento alimentare, dunque, agisce in sinergia ed in maniera complementare con il medico, educando il paziente e “formandolo” a seguire uno stile di vita adeguato alla sua malattia, intervenendo sulle sue capacità di “coping” (risposta alle situazioni di stress) e problem solving ed analizzando ed affrontando le difficoltà riscontrate nel quotidiano. Si tratta di un percorso essenziale per la buona riuscita della terapia e per il recupero di uno stato di salute ottimale, dal momento che questi sono completamente dipendenti dall’iniziativa e dalla volontà del paziente. Se, dunque, nella prevenzione primaria è importante il comportamento alimentare assunto dalla persona per evitare l’insorgenza di patologie croniche, nella prevenzione secondaria questo assume un valore ancora maggiore, proprio perché consente di limitare i danni di una patologia già in atto.

In realtà occorre evidenziare come, in questi contesti, non sia importante solo l’alimentazione intesa come regime alimentare e, quindi, scelta degli alimenti (che solitamente ci viene indicata da un medico), ma come comportamento alimentare, fatto di abitudini scorrette che ci hanno portato a sviluppare la malattia e che, pertanto, vanno modificate. Sappiamo, infatti, che la causa dell’insorgenza delle malattie croniche è spesso legata non solo a fattori genetici (predisponenti), ma anche a fattori socio-comportamentali, contingenti e scatenanti. Il lavoro di prevenzione secondaria va fatto proprio su questi fattori, in modo da evitare un ulteriore aggravamento della condizione patologica. E’ chiaro, però, che, se per i fattori genetici si può solo seguire una terapia farmacologica o nei casi più gravi, come le cardiopatie, arrivare all’intervento chirurgico, per modificare lo stile alimentare e in generale quello di vita, la situazione è più complessa. Intanto perché si tratta di comportamenti che mettiamo in atto da anni, se non da sempre, e che sono ormai entrati a far parte delle nostre abitudini. In seconda istanza perché l’ambiente in cui viviamo spesso non ci consente di operare in maniera immediata le modifiche necessarie a favorire il recupero di uno stato di salute ottimale. Pensiamo a tutte quelle esigenze di vita ch esulano dalle nostre semplici preferenze o abitudini, come il dover  pranzare fuori casa, solitamente anche di fretta.

Il lavoro sulle abitudini alimentari, allora, va affiancato a quello sulla negoziazione delle necessità del singolo individuo e ritagliato, come un abito sartoriale, sui suoi ritmi di vita. Questi aspetti risultano fondamentali per il recupero di uno stato di salute adeguato ed è auspicabile, pertanto, che trovino spazio all’interno di un programma di recupero in cui, accanto all’intervento medico, sia previsto anche quello sul comportamento alimentare ad opera di uno psicologo. Ignorare questi aspetti ci porta inevitabilmente a limitare o, a volte, anche a contrastare l’effetto di eventuali terapie, con ovvie conseguenze sulla salute della persona.

Elena Panuccio

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