E’ oramai evidente che intervenire sul problema del sovrappeso e obesità significa porre l’accento non solo su una riduzione della quantità delle calorie introdotte ma anche e soprattutto favorire delle strategie di cambiamento che comprendano un incremento nel dispendio energetico (incremento dell’attività fisica).
Quando si parla, dunque, di “modifica dello stile di vita” i professionisti del settore intendono suggerire una rivoluzione comportamentale che si occupi di una serie di fattori.

La semplice formula del  MENO CIBO – MENO Kg ha lasciato lo spazio ad una formula più oggettiva che, considera il sovrappeso e l’obesità  come la risultante non solo di un eccesso di  intake ( quantità di energia introdotta con gli alimenti)ma anche e soprattutto come l’effetto di un intake non consumato (quantità di energia non spesa); vale a dire che l’assunzione calorica deve essere direttamente limitata all’origine ma può anche essere utilizzata aumentando il consumo.
Seguendo quanto detto la formula iniziale può essere sostituita da una formula più complessa che deve tenere conto di due variabili:

PESO CORPOREO =     Quantità di calorie assunte – Quantità di calorie utilizzate

Questo fatto è ormai accreditato da tutti gli esperti nel campo. Ciononostante, si continua ancora a cercare di trovare una soluzione che possa essere sostenuta dal grande pubblico e che possa dare in poco tempo popolarità.
Per tale motivo, nelle varie epoche storiche, si sono andate alternando soluzioni dietetiche spacciate come quelle più efficaci nel trattamento del sovrappeso.
Le proposte che si sono alternate sul tavolo hanno visto suggerimenti dietetici senza alcun fondamento scientifico (dieta delle mele, del fantino, del minestrone, del kiwi, della papaia) fino ad arrivare a quelle che volevano rintracciare nella varia combinazione dei principali macronutrienti, la variabile determinante nel successo terapeutico.

Molti i risultati prodotti (almeno sulle riviste, non sufficientemente approfonditi) pochi gli esperimenti scientificamente controllati effettuati.
Negli ultimi anni, però, la necessità di approfondire il tema del trattamento del peso corporeo, resosi urgente in conseguenza della oramai evidente “emergenza obesità”, ha fatto si che si iniziassero a condurre ricerche al fine di evidenziare la differenze nelle diverse combinazioni di macronutrienti.
Parlare di “efficacia terapeutica” nel settore del peso corporeo, significa, però affrontare due aspetti del programma;

  1. il primo deve tenere conto della quantità del peso perduto;
  2. il secondo deve tenere in considerazione il mantenimento del peso perduto.

Per anni  il settore della ricerca scientifica, e non solo, si è industriato per capire quale fosse la modalità di intervento, in questo caso il programma dietetico, capace di portare risultati significativi in entrambi gli aspetti.

Le proposte più recenti avevano condotto a due tipi di trattamento che hanno visto negli anni ’90 una dieta rappresentata prevalentemente da un alto apporto di carboidrati ed un basso apporto di lipidi basando tale principio sul fatto che la quantità di calorie assunte attraverso i carboidrati (4kc/g) fosse nettamente inferiore a quelle apportate dai lipidi a parità di peso (circa 9kc/g).
Prima ancora, intorno agli anni ’70, R. Atkins propose la famosa dieta, oggi tornata di moda, che invertiva tali regole.

Dove è la verità? 

L’articolo qui riportato, tratto dalla rivista New English Journal of Medicine (marzo 2009), ci chiarisce qualche dubbio e sfata, finalmente, il potere dei nutrienti dal punto di vista dei risultati nella riduzione del peso corporeo lasciandoci maggiormente liberi (come dovrebbe essere) di alimentarci a seconda di quelle che sono le nostre scelte alimentari. Lo studio condotto da Sack et coll su 811 adulti soprappeso voleva osservare possibili variazioni del peso determinati da stili diversi di diete.
Per poter verificare ciò i ricercatori hanno diviso la popolazione in sovrappeso studiata in  quattro gruppi ognuno dei quali veniva sottoposto a un diverso tipo di dieta. Le variazioni dietetiche prevedevano differenze per le percentuali di grassi, proteine e carboidrati:

  • dieta 1 (20%, 15% e 65%),
  • dieta 2 (20%, 25% e 55%),
  • dieta 3 (40%, 15% e 45%),
  • dieta 4 (40%, 25% e 35%).

RISULTATI

I risultati parziali, ottenuti dopo soli 6 mesi dall’inizio del programma  di ricerca, evidenziarono, nei soggett,i una perdita di peso corporeo pari a circa 6 Kg. (perdita di peso ottenibile con una riduzione del normale introito calorico di circa 750 kc al giorno). Tutti i soggetti, dunque, a prescindere dal tipo di masconutrienti introdotti, assumevano circa 1700 kc al giorno; la loro perdita di peso sembrava, dunque, una conseguenza della riduzione dell’introito calorico generale più che attribuibile ad un tipo particolare di dieta.
Risultati intermedi, inoltre, condotti a distanza di 12 mesi dall’inizio della sperimentazione, riportarono, per tutti i gruppi, un iniziale recupero del peso perduto che lasciava intendere un’assunzione calorica superiore a quella concordata con i ricercatori.

Dopo due anni, a conclusione della sperimentazione, i dati riferivano una perdita di peso totale pari a 3-4 kg senza differenze significative tra le diverse diete. L’osservazione e l’analisi dei dati evidenziavano che, i partecipanti ai diversi programmi di perdita di peso tendevano dopo 6-12 mesi a ritornare alla tipologia di dieta a loro consueta. Solo un sottogruppo di partecipanti, diversamente dagli altri, riuscì a mantenere il peso perduto.
Nonostante il parziale fallimento dei risultati ottenuti, che non hanno dimostrato la validità superiore di un programma dietetico sull’altro,forse a causa di una suddivisione dei macronutrienti insufficiente a evidenziare ipotetici effetti a favore dell’una o dell’altra dieta,  la ricerca condotta ci consente di effettuare considerazioni significative in conseguenza di quanto evidenziato.
La ricerca prevedeva, infatti, una serie di colloqui associati allo stile alimentare dietetico che hanno evidenziato una forte associazione tra la partecipazione alle sedute di terapia e la perdita di peso (0,2 kg per seduta).

Inoltre, all’interno di ogni gruppo, senza significative differenze tra i gruppi,  quelli che perdevano più peso avevano partecipato a più sedute e, in conseguenza di ciò, il loro livello di adesione alla dieta prescritta era stato più stabile e continuo. Queste osservazioni hanno condotto gli autori (Sacks et al) a concludere che gli aspetti cognitivo comportamentali piuttosto che la tipologia della dieta siano il fattore determinante capace di influenzare la perdita di peso.

I risultati di questo importante studio indicano che la ricerca sul trattamento dell’obesità dovrà focalizzare le sue forze nell’individuare strategie cognitivo comportamentali che favoriscano non solo l’aderenza alla dieta (qualunque essa sia!) ma la possibilità di indurre cambiamnti nei pensieri che sono alla base di uno stile alimentare piuttosto che un altro. Solo così sarà possibile ottenere il mantenimento del peso perduto.
I risultati ci informano dunque, che si rende urgente lo sviluppo, la divulgazione e l’approfondimento, di pratiche cognitivo-comportamentali, di competenza dello psicologo, atte a modificare gli aspetti centrali del comportamento in generale e nello specifico del comportamento alimentare.

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